Il mercato della farina di soia ha mostrato nelle ultime settimane un andamento disomogeneo tra le principali piazze. Tra marzo e aprile, le quotazioni sono aumentate sul CBOT (+2,5%), a Rotterdam (+4,5%), in Brasile FOB (+4,9%) e in Argentina FOB (+3,4%), mentre Bologna ha registrato una flessione del 3,2%. A maggio, il quadro si è parzialmente invertito: Bologna ha recuperato con decisione (+4,8%) e Rotterdam è rimasta sostanzialmente stabile (+0,3%), mentre CBOT (-0,4%), Brasile FOB (-2,2%) e Argentina FOB (-3,5%) hanno mostrato una correzione. La tenuta del mercato europeo contrasta quindi con segnali di maggiore pressione sulle origini esportatrici, in particolare sudamericane.
Il confronto storico conferma una fase di prezzi sostenuti sul mercato fisico europeo, ma lontana dai picchi del 2022/23. Bologna e Rotterdam restano su livelli superiori ai minimi del 2025, sostenute da domanda fisica, logistica e disponibilità locali, mentre le quotazioni sudamericane appaiono più esposte alla maggiore offerta in arrivo. Il mercato non sembra quindi trovarsi in una fase di scarsità strutturale, ma in un equilibrio in cui le tensioni regionali convivono con fondamentali globali più abbondanti.
I nuovi dati USDA indicano infatti un quadro mondiale in espansione. Per il 2026/27, la produzione globale di farina di soia è prevista in aumento del 3,4% rispetto alla campagna precedente, a fronte di utilizzi totali in crescita del 3,3%. Anche le scorte finali sono attese in aumento del 5,5%, con un rapporto stock/utilizzi in lieve crescita, dal 6,61% al 6,75%. Si tratta di un bilancio ancora solido dal lato della domanda, ma non particolarmente teso: l’offerta cresce a un ritmo sufficiente ad accompagnare l’aumento dei consumi.
Il tema centrale resta la composizione economica del crush. Negli Stati Uniti, la redditività della trasformazione è salita su livelli molto elevati, ma il movimento è accompagnato da un forte aumento della quota dell’olio e da una riduzione della quota della farina nel valore del crush. Questo segnala un cambiamento rilevante negli equilibri del complesso soia: la decisione di lavorare più seme è oggi guidata soprattutto dalla domanda di olio, in particolare per biocarburanti, più che da una tensione specifica sulla componente proteica.
Per la farina, l’effetto è quindi potenzialmente moderatore. Negli Stati Uniti, USDA prevede per il 2026/27 un aumento del crush del 4,6% rispetto alla campagna precedente, con una produzione di farina in crescita del 3,8% e utilizzi totali in aumento del 3,9%. Il bilancio resta nel complesso equilibrato, ma la dinamica di fondo è importante: la maggiore disponibilità di farina nasce da una trasformazione incentivata soprattutto dall’olio. In questo contesto, la farina tenderebbe ad essere il co-prodotto più esposto a pressioni ribassiste, qualora la domanda mangimistica non assorbisse pienamente i volumi aggiuntivi.
La stessa dinamica è visibile anche in Sud America. In Brasile, il crush è previsto in aumento del 5,7% nel 2026/27 e la produzione di farina del 5,3%, con export in crescita del 7,6%. In Argentina, la produzione di farina è attesa in aumento del 3,6%, con esportazioni in crescita più contenuta (+1,4%). L’espansione dell’offerta sudamericana conferma quindi un quadro internazionale ben alimentato, in cui l’aumento della lavorazione tende ad ampliare la disponibilità esportabile di farina. Questo rappresenta il principale fattore di pressione competitiva per le piazze internazionali, soprattutto se la domanda zootecnica globale dovesse crescere a un ritmo inferiore rispetto all’offerta.
La Cina continua a contribuire alla crescita dei consumi globali, ma soprattutto attraverso il proprio mercato interno. Nel 2026/27, produzione e consumi cinesi di farina sono previsti in aumento di circa il 2% rispetto alla campagna precedente. Gli scambi con l’estero restano invece limitati rispetto alla dimensione del mercato domestico, per cui l’impatto cinese sulla farina passa principalmente attraverso la domanda di seme e il livello di crush interno, più che attraverso un aumento diretto degli acquisti internazionali di farina.
In Europa, la tenuta dei prezzi appare più marcata. Bologna ha recuperato a maggio dopo la flessione di aprile e Rotterdam è rimasta stabile, segnalando una domanda fisica ancora presente e possibili rigidità legate a logistica, tempi di approvvigionamento e disponibilità locali. Tuttavia, l’ampia offerta sudamericana limita il rischio di un rialzo strutturale prolungato, soprattutto se i premi europei dovessero ampliarsi troppo rispetto alle origini FOB.
Nel breve periodo, la farina di soia può quindi restare sostenuta sul mercato fisico europeo, dove la dinamica recente dei prezzi mostra una maggiore tenuta rispetto alle origini esportatrici. Nel medio termine, tuttavia, il quadro appare più bilanciato, se non moderatamente ribassista: produzione mondiale in aumento, export sudamericani elevati, scorte globali più ampie e crush sempre più guidato dal valore dell’olio tendono ad aumentare la disponibilità di farina. La sostenibilità dei prezzi dipenderà dalla capacità della domanda mangimistica di assorbire l’offerta aggiuntiva generata da una trasformazione in espansione; in assenza di un’accelerazione più marcata dei consumi, la farina dovrebbe mantenere un profilo meno rialzista rispetto alle componenti del complesso soia più direttamente sostenute dalla domanda energetica.